La storia di Enrika: da Casone a Houston tra viaggi, studio e ricerca sul cancro

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Il Giro del Mondo di Emporium365 alla ricerca dei ragazzi del nostro territorio che hanno cercato fortuna all’estero ci riporta negli Stati Uniti, più precisamente a Houston.

Dall’altra parte dei vostri display oggi c’è Enrika, una ricercatrice amante dei viaggi.

Enrika è cresciuta a Casone, ama la scienza e ha una forte passione per la ricerca contro il cancro alla quale si sta dedicando da molto tempo.

Ci siamo sentiti via Skype in una Domenica mattina di Houston, orario aperitivo serale in Europa.

Il risultato? Una chiaccherata di due ore in cui abbiamo parlato un po’ di tutto, dagli aggiornamenti locali fino alle nostre esperienze.

Un lungo dialogo davvero interessante e stimolante, che spero di riuscire a riassumere in queste righe…

Ciao Enrika! Come stai? Qui è Casone che chiama… dove ci stiamo connettendo?

Ciao Simone! Quanto tempo! Che strano parlare in Italiano!

Sai dove mi trovo? Ti chiamo da Houston, Texas!

Sto lavorando presso il MD Anderson Cancer Center, uno degli ospedali più importanti degli Stati Uniti per la cura contro il cancro.

Lavoro nel Dipartimento di Pediatria, dove sono inserita in un gruppo di ricerca specializzato nello studio del sistema vascolare del tumore.

Houston? Le mie fonti ti davano in altre località più “europee” 🤪 Come ci sei arrivata in Texas?

Non so quanto ci vorrebbe per raccontarti tutto ma provo a farti un veloce riassunto.

A Houston ci sono approdata un anno e cinque mesi fa ma partiamo dall’inizio così cerco di mettere un po’ di ordine in tutti i miei spostamenti…

Mi sono diplomata al Torno di Castano come tecnico di laboratorio. Successivamente mi sono iscritta al corso di laurea in Biotecnologia all’Università di Pavia.

Dopo la laurea ho frequentato il Master in Biotecnologie Mediche applicate alla medicina rigenerativa e riparativa dell’Università di Parma durante il quale ho avuto l’opportunità di vivere per un periodo di tempo a Barcellona grazie al progetto Erasmus. Qui è nata anche la mia passione per i viaggi!

Dopo un breve intermezzo a Edimburgo, dove sono rimasta per qualche mese facendo uno stage all’ospedale Royal Infirmary, ho iniziato la mia esperienza lavorativa in Italia, presso l’Humanitas di Rozzano dove ho trascorso un periodo di pre-dottorato.

La mia voglia di viaggiare e di fare esperienze all’estero però era ancora forte e fortunatamente ho vinto una borsa di studio di dottorato presso l’Università di Barcellona dove ho lavorato in un gruppo di ricerca di biologia molecolare sul cancro e conseguito il mio dottorato in Biomedicina.

Il passo successivo per una ricercatrice con la mia passione era quello di spostarsi oltre oceano, in particolare a Houston dove siamo in presenza di una vera e propria “città” dedicata alla ricerca medica.

Ed eccomi qui oggi a lavorare presso il MD Anderson Cancer Center.

Quindi le sirene del grande sogno Americano ti hanno attratta… come è stato il tuo impatto con Houston e l’America?

Vuoi la risposta sincera? All’inizio non è stato dei migliori.

Houston non è una città facile da vivere, almeno non lo era per me. Se da un lato qui poi toccare con mano la vera ricchezza e potenza americana, allo stesso tempo devi dimenticarti delle logiche tipiche di una città Europea.

Siamo nell’America meridionale, desertica, in una grandissima città poco a misura d’uomo: se non hai la macchina qui diventa complicato anche fare la spesa!

Per questo l’impatto è stato quasi traumatico: la ricerca di una nuova casa, il trasloco, un nuovo lavoro, una nuova mentalità….

All’inizio è stata davvero dura ma per fortuna poi mi sono ambientata. Ho iniziato ad apprezzare i vantaggi e gli elementi positivi della città. Houston è una delle città americane con la minore tassazione ed è ricca di opportunità differenti per il proprio tempo libero (per chi ne ha di tempo libero…)

Ora mi sono abituata ai ritmi, ai tempi, alle abitudini della città e non mi sembra più così male: se impari a conoscere Houston, ora posso affermare che si sta anche bene.

Ogni mattina quindi ti svegli e inizi a “lottare” contro una malattia che ha portato via molto, a tantissime persone. A tuo avviso, come si sta evolvendo la ricerca oggi?

Al di là delle notizie che puoi sentire ai telegiornali, molto è stato fatto in questi ultimi anni, anche solo da quando ho iniziato a fare questo lavoro.

Sono stati fatti grandissimi passi in avanti nella cura: siamo in un’epoca dove possiamo “rafforzare” le cellule del sistema immunitario in laboratorio per poi farle di nuovo circolare “più forti” nel corpo umano per combattere il cancro.

Di progressi ce ne sono stati tantissimi.

Il fatto è che la ricerca di base produce risultati molto rapidamente, mentre i tempi per portare questi risultati al letto del paziente malato a volte sono molto lunghi

Ad esempio, durante il mio dottorato, grazie a una collaborazione con un’impresa farmaceutica norvegese, ho dimostrato gli effetti benefici di succhi contenenti omega-3 (presente per esempio nel pesce) e curcumina somministrati assieme alla chemioterapia in animali da laboratorio nel combattere il tumore e migliorare la qualità di vita.

Mentre, un altro studio interessante l’ho realizzato in animali con diabete in cui ho studiato gli effetti del resveratrolo (presente nel vino rosso) e dell’esercizio fisico nel migliorare la glicemia e la perdita di massa e forza muscolare associati a tale malattia.

Qui a Houston il mio team studia proprio gli effetti dell’esercizio fisico sul cancro, come terapia adiuvante alla chemioterapia.

Abbiamo recentemente dimostrato come l’esercizio fisico abbia la capacità di migliorare la vascolarizzazione del tumore, incrementando il trasporto della chemioterapia nella massa tumorale e, pertanto, l’efficacia del trattamento.

Questi risultati hanno condotto alla realizzazione di un trial clinico (studio clinico in pazienti), attualmente in corso qui in MDAnderson, in pazienti affetti da carcinoma pancreatico sottoposti a esercizio fisico prima di ricevere il ciclo di chemioterapia.

Da Houston a Barcellona, quindi, tutto un altro approccio alla vita?

A Barcellona era tutto molto diverso.

Partiamo dal lavoro. Mi sono sempre occupata di ricerca basica, quindi lavorando su animali da laboratorio.

Ora invece nel gruppo attuale ho l’opportunità di condurre anche una ricerca translazionale dove posso direttamente veder tradotti e testati i risultati ottenuti dal mio bancone di laboratorio sul malato.

Qui c’è una connessione più diretta tra ricerca e applicazione clinica. La stessa politica americana spinge molto di più ad avvicinare a dialogare il ricercatore al dottore. Secondo me anche la figura del ricercatore, è più valorizzata.

Nella mia esperienza, l’integrazione tra ricerca pre-clinica e clinica è ancora difficile in Europa.

A livello umano, invece, a Barcellona mi sono trovata benissimo: lo stile di vita e il metodo di lavoro era quello che più mi si addiceva in quel momento.

Ho stretto rapporti con tantissimi colleghi e non provenienti da diverse parti del mondo…

Forse il mio giudizio è influenzato dal fatto che lì ho trovato l’amore ma posso solo dirti che Barcellona è fantastica!

E il rapporto con l’Italia?

In Italia la grossa differenza nel mondo della ricerca è data dall’entità dei fondi a disposizione, non tanto dalle persone. Non abbiamo nulla da invidiare agli altri ricercatori, a livello mondiale!!!

In Italia abbiamo una grande fortuna che si chiama istruzione ed educazione che può essere affrontata da tutti con costi sostenibili a differenza di quello che accade qui dove i costi dell’istruzione sono molto più alti.

Molti ricercatori italiani collaborano con ricercatori europei e sono apprezzati da tutto il mondo ma dobbiamo ammettere che l’America è davvero il punto di arrivo per i ricercatori.

Un’esperienza qui ti permette di accrescere il tuo bagaglio professionale, il prestigio del curriculum acquisendo un metodo di lavoro costituito da precisione e grande senso critico.

I fondi e le strumentazioni presenti sono fantastiche ma si lavora molto duramente con l’obiettivo di raggiungere risultati concreti e ottenere pubblicazioni scientifiche sulle più importanti riviste.

Qui in America è tutto diverso: la preparazione è davvero incredibile.

I dottorandi qui possono vantare una formazione molto approfondita su molti ambiti legati alla ricerca, dalle analisi in laboratorio alla scrittura di un “paper” (articolo di approfondimento scientifico destinato alla pubblicazione di risultati scientifici) o di veri e propri progetti di ricerca

A questo va aggiunta una mentalità molto forte, dove primeggiare è tutto.

Per gli Americani raggiungere gli obiettivi prefissati è fondamentale e per questo sono disposti a sacrifici enormi.

Anche Daniele e Federico nelle loro interviste ci hanno parlato molto dello spirito americano ma l’ambiente della ricerca che ci descrivi sempre ancora molto più competitivo, richiede molti sacrifici… in tutto questo non ha mai avuto la tentazione di mollare tutto???

Cavoli! Sai che Daniele era in classe con me alle Scuole Medie??? È stato un piacere leggere anche la sua storia!

Tornando a noi… Sinceramente?

Un momento di “sbandamento” c’è stato.

In una particolare fase della mia esperienza professionale ho scelto di staccare completamente la spina.

Sentivo il bisogno di isolarmi per un po’ dall’ambiente in cui avevo vissuto fino a quel momento ma questo non significa che mi sono fermata, questo mai. Ho fatto le valige e sono andata in Egitto a fare l’animatrice in un villaggio turistico…

Animatrice in un villaggio turistico 🧐 

Sì! Come ti ho detto mi piace viaggiare e conoscere per questo motivo anche se avevo scelto di staccare la spina prima del dottorato non significava che volessi stare ferma: è stata un’esperienza che ricordo ancora oggi con piacere.

Per qualche mese sono stata a contatto con persone provenienti da diversi Paesi del Mondo ma con un’estrazione sociale e un background culturale e di competenze diverse da quelle con cui avevo lavorato fino a qualche mese prima.

Questo mi ha dato l’opportunità di conoscere storie nuove, esperienze di vita differenti da quelle che avevo condiviso fino a quel momento. E poi, cosa da non sottovalutare per la mia crescita personale, ho imparato a conoscere i caratteri delle nazionalità

Sai la rompiscatole che vuole farti fare attività mentre sei in ferie? Ecco, facevo quello e lavoravo quasi 20 ore al giorno ma ho imparato a comunicare e ascoltare le persone comprendendone le più svariate personalità

Una vera scuola di vita …

Qualche consiglio che ti senti di dare ai giovani di oggi che vogliono andare all’estero o intraprendere una strada simile alla tua?

La vita all’estero non è facile.

La verità è che il sogno americano non è poi tutto un sogno, come ogni cosa c’è bisogno di un periodo di adattamento per impattare con una nuova società.

Consiglio di viaggiare molto e soprattutto di mantenere una mentalità aperta: imparare a conoscere persone con background culturale, religioso, sociale diverso dal proprio.

E poi sacrifici e sacrifici… i sacrifici proprio di portano a ottenere i risultati. I sacrifici sono i gradini del successo

Lasciate andare la vita… io credo molto nel destino: le mie scelte alla fine sono arrivate quasi da sole.

Ora le ultime domande sono un “must” per tutti… cosa ti manca di più dell’Italia?

La parte affettiva è quella di cui sento più la mancanza.

La famiglia lontana sicuramente è uno degli aspetti negativi: 17 ore di lavoro mi separano da casa… non sono poche.

La tecnologia aiuta ma non posso negare che la mancanza di casa si sente, delle persone con cui sono cresciuta, dei mie genitori…

Spesso non si vede l’ora di allontanarsi dalla famiglia ma per i ragazzi come noi che sono molto lontani da casa questo nel tempo si trasforma in un caro prezzo da pagare.

La domanda finale, invece, è quella classica da un milione di dollari: progetti per il futuro?

Sinceramente non lo so. Ho imparato a lasciar scorrere il flusso della vita. Alcune cose sicuramente te le posso dire. Lo stile di vita americano, dopo il primo impatto, poi non è così male ma allo stesso tempo gli affetti sono lontani e sono innamorata di Barcellona.

Ma da qui a dire cosa farò tra uno o due anni con onestà non te lo saprei dire.

Ovviamente ogni tanto mi fermo e penso che dovrebbe essere ora di mettere le radici ma poi penso che i viaggi e le esperienze in Europa e nel Mondo mi hanno portato così tanto…

Ho imparato molto a ragionare “step by step”, passo dopo passo, e focalizzarmi sugli obiettivi…il mio seguente obbiettivo sarà cercare di ottenere il più possibile da questa esperienza texana, personalmente ma soprattutto professionalmente e cercare di tornare in Europa con un curriculum di eccellenza.

Direi che possiamo risentirci tra qualche anno per vedere cos’ho da raccontarti 😉

Perfetto, allora mi segno già in agenda il secondo turno di intervista!

Grazie Enrika per il tempo che ci hai dedicato.


 

È passato quache giorno dalla nostra chiaccherata.

Ho scritto l’articolo a mente fredda e come sempre ho la paura di non riuscire a trasmettervi la vera essenza di questa storia.

Secondo dati Eurostat, l’Italia resta il peggiore Paese in Europa per numero di Neet (ovvero di giovani che non lavorano né cercano lavoro). In questo senso, sono le persone in gamba come Enrika a dover essere di ispirazione per molti dei  nostri giovani.

E non possiamo fare altro che ringraziare lei e gli altri ragazzi che per anni sacrificano molto del loro tempo (e non solo) per un bene più grande: aiutare a sconfiggere qualcosa che porta tanto dolore.

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