Insegnare religione oggi: l’esperienza di Matteo

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Quello del professore è un ruolo che è cambiato molto nel corso degli anni. Spesso e volentieri i docenti sono il termometro che misura il cambiamento generazionale.

Oggi ne parliamo con Matteo che ha scelto di insegnare una delle materie più “complicate” in questo mondo in costante evoluzione: religione.

Con lui una chiaccherata sul ruolo dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e sui passi dei giovani verso l’integrazione, di come il mondo e la società siano cambiando, così come il ruolo dei docenti.

Un’intervista ricca di spunti, da leggere con attenzione per imparare insieme a uscire dai luoghi comuni e dagli stereotipi.

Ciao Matteo! Partiamo dalla domanda più importante. Sei da poco diventato papà: come stanno andando questi primi mesi?

Alla grande: non ho dubbi nel dire che da quando è nato Riccardo la vita di mia moglie e mia è diventata più impegnata ma, soprattutto, incommensurabilmente più bella e piena di gioia. Lui è un bimbo molto curioso ma tranquillo: pensa che, quasi da subito, ci ha fatto dormire tutta la notte!

Passiamo alle cose meno importanti, la mia intervista 🤣 Sono felice che tu abbia accettato di rispondere qualche domanda perché come lavoro hai scelto il professore di religione. Come sei arrivato a questa professione?

Quando stavo per terminare gli studi in filosofia e provavo a ipotizzare quale lavoro avrei svolto, mi sono guardato indietro e mi sono chiesto: chi ha inciso maggiormente nella vita? Oltre, naturalmente, ai miei genitori, chi ha contribuito a farmi diventare la persona che sono? Ho trovato la risposta in tre miei insegnanti del liceo, e quindi mi sono detto che, se nella mia vita fossi riuscito a dare a qualcuno anche solo una parte di ciò che loro avevano donato a me, sarei stato felice.

Ecco, quindi, la risposta alla prima parte della tua domanda: come e perché ho scelto di diventare insegnante. Sulla disciplina, la questione è molto più semplice: ritengo che ciò che insegno sia quanto di più bello e interessante io abbia trovato nella mia vita, ciò che, a ogni livello, le dà quel gusto che più trovo e più cerco. Ad oggi, non vorrei fare altro lavoro che l’insegnante di religione cattolica, fondamentalmente perché lo considero più una vocazione che una semplice professione.

Dove insegnerai durante questo anno scolastico?

All’IIS Severi-Correnti di Milano. È un istituto che comprende quattro diversi indirizzi, due liceali e due professionali. La mia cattedra si sviluppa quasi totalmente sul liceo scientifico e linguistico, ed è completata da un’ora in una classe del professionale a indirizzo meccanico. È il quinto anno che insegno in questa scuola, e per la prima volta nella mia carriera lavorativa sarà l’unica (ho sempre avuto la cattedra divisa su due scuole): ne sono felice, sia per una questione logistica, sia perché, pur avendo i suoi problemi – come tutte le scuole – è una realtà molto valida e interessante.

Dal punto di vista formativo, qual è il percorso di studi di un professore di religione? 

Dopo la stipula, nel 2012, della nuova Intesa tra il Ministero dell’Istruzione e la Conferenza Episcopale italiana occorre, per l’IRC (insegnamento della religione cattolica) sia nella scuola primaria sia in quella secondaria, la laurea magistrale in scienze religiose, o il baccalaureato in teologia. È necessario, inoltre, ottenere l’idoneità dall’ordinario diocesano (il responsabile della Pastorale scolastica e del Servizio per l’IRC, delegato del vescovo): essa prevede un colloquio con l’ordinario stesso, il superamento di un esame scritto e la presentazione di una consulenza psicologica redatta da uno psicologo iscritto all’albo. Tale aspetto può risultare strano, ma in realtà mi sembra il minimo per chi poi si trova ad educare insegnando, entrando in relazione tutti i giorni con bambini o ragazzi. E, da ultimo, è richiesta una lettera di presentazione scritta dal parroco della parrocchia in cui si risiede: questa, insieme alla firma che ogni anno il parroco stesso appone in calce alla relazione che un insegnante di religione consegna in Curia, dice il legame che ci deve essere tra l’insegnante stesso e la comunità cristiana in cui vive.

Due canali, dunque, uno legato al titolo di studio e uno dato dall’idoneità diocesana, perché, come recita il Codice di Diritto Canonico, gli insegnanti di religione siano “eccellenti per retta dottrina, testimonianza di vita cristiana e abilità pedagogica”.

Scusa la domanda che ti sembrerà banale ma dall’ultima mia lezione di religione è passato qualche anno (meglio non farei i conti)… Il programma scolastico della “materia religione” in cosa consiste oggi? Esistono direttive nazionali o come professore hai libertà di scelta?

Sì, esistono delle Indicazioni nazionali che tracciano la via, e alle quali siamo chiamati a rifarci. Poi, ogni insegnante ha il diritto/dovere, preso atto della situazione concreta della classe in cui si trova, di dar più peso ad alcune cose invece che ad altre ma, possibilmente, senza tralasciare nulla: la libertà di insegnamento, come in tutte le altre discipline, consiste nel come si insegna, non nel cosa.

A partire da quanto appena detto, a livello di macroargomenti io mi muovo così: in prima, senso religioso, antropologia del sacro, introduzione alla Bibbia; in seconda, affondo corposo sul cristianesimo; in terza, inizio il discorso sulle altre grandi religioni (che porto avanti nel per tutto il triennio) a confronto col cristianesimo, tappe fondamentali della storia della Chiesa e bioetica (che poi continuo anche nei due anni successivi); in quarta, focus sul rapporto fede-scienza (a cui tengo molto) e sul tema immenso della libertà e della morale; in quinta, cerco di mostrare come tutto quello che si è detto negli anni precedenti permetta di comprendere meglio se stessi e il mondo contemporaneo, e qui gli argomenti si moltiplicano senza soluzione di continuità.

Quando me ne si presenta l’occasione, mi piace partire dalle domande dei ragazzi (capitano intere lezioni nelle quali sono “bombardato” da domande: ne esco provato, ma felicissimo), da fatti di attualità, da citazioni di libri o canzoni, da opere d’arte o frammenti di film.

L’ora di religione è tradizionalmente vista come l’ora più soft della settimana. Dalla tua esperienza, qual è il modo migliore per attirare l’attenzione dei ragazzi anche durante la tua lezione?

Partire da loro: può sembrare uno slogan, e se ci si ferma a questo in effetti lo è. Ma se, a partire dalla loro esperienza (e già mostrare che non tutto quello che ci accade è ipso facto un’esperienza, perché occorre giudicare: è un passo, ahimé, non scontato), riesci a mostrare il nesso che lega quella alla realtà totale, allora si accende una scintilla che può essere decisiva. Insomma, cerco di non censurare niente di quello che mi dicono, provando contemporaneamente a rilanciare a un livello più ampio: un lavoro, direi, di scalpello, per far emergere ciò che c’è ma che non sa di esserci.

La società di oggi si è evoluta moltissimo e le classi scolastiche moderne sono lo specchio di una crescente multiculturalità. Come (e se) è cambiato nel tempo il ruolo del professore di religione?

Basandomi sulla mia esperienza di studente prima e di docente ora, direi che l’insegnante di religione, su questo punto particolare, si trova nella stessa condizione di tutti i suoi colleghi: è chiamato a uno sforzo maggiore di composizione delle diverse identità che si trova di fronte. Certo, ha una peculiarità: ha “scritto in fronte” uno dei tratti fondamentali della sua persona, cioè l’essere di fede cattolica.

Se non si rinchiude sterilmente in questa caratteristica, e se i ragazzi superano l’eventuale pregiudizio che nasce dalla sciocca equivalenza “cattolico=oscurantista che vuole convertirmi a fantasie buone per bambini”, allora può nascere un rapporto bello e vero anche con alunni di altre fedi, o agnostici, o atei, o in cerca. Ti faccio un esempio. Due degli alunni che ricordo con maggiore affetto, grandi amici fra loro, sono l’una cattolica, l’altro ateo: le lezioni nella loro classe non erano mai banali, ma sempre imprevedibili, sempre con una tensione al vero che si percepiva. Avevano una compagna di classe musulmana, che qualche volta si fermava a lezione: al netto delle ovvie e irriducibili differenze su questioni di fede, mi sono trovato più di una volta d’accordo con lei su temi antropologici o bioetici.

Approfitto della tua disponibilità e della tua saggezza per una considerazione generale sulla scuola di oggi. Che sia religione, matematica, italiano o chimica: quale il contributo secondo te possono apportare i professori della nuova generazione?

Sulla disponibilità nessun problema, ma sulla saggezza mi sopravvaluti! Venendo alla domanda: sono convinto che un insegnante non debba né considerarsi un semidio depositario della verità, né un compagnone dei suoi alunni, quasi che non possa dare loro nulla. Ha un’autorità che gli è data dai suoi studi, dalla sua esperienza e dal suo ruolo, e deve saperne essere all’altezza, per condurre i ragazzi un po’ più vicini al vero di quando li ha conosciuti. È un cammino che egli stesso sta ancora facendo, ma è – si spera! – più avanti nel percorso: come una guida alpina, che conosce già il sentiero e, camminando con te, ti mostra dove mettere i piedi per non cadere. Ti indica la vetta, ti aiuta a raggiungerla, ti introduce alla bellezza della quale godrai una volta in cima.

Ultima domanda prima di lasciarti tornare a fare il papà a cui non scappa nessun intervistato: progetti o sogni per il futuro che puoi raccontarci?

Devo imparare a fare il papà! Intendo dire che vorrei essere per Riccardo, naturalmente insieme a mia moglie, la guida alpina di cui parlavo poco fa: sento tutta la responsabilità di questo ruolo bellissimo e delicato, ma sono convinto che Chi ce lo ha donato ci aiuterà in questa sfida.

Dal punto di vista lavorativo, vorrei continuare a insegnare religione cattolica nei licei, approfondendo gli ambiti che mi interessano (rapporto fede-scienza, bioetica, storia della Chiesa, Divina Commedia), magari con qualche corso di perfezionamento o master: in questo senso, mi piace l’idea di studiare continuamente, perché più studio, più comprendo i nessi tra le cose e, soprattutto, tra me e la realtà intera.

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